Riscrivere il canone. Introduzione alla 41. Settimana Internazionale della Critica

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07.2026

Ci sono momenti in cui la cronaca accelera tanto bruscamente da farsi Storia sotto i nostri occhi. Ed è probabile che questo 2026 possa essere ricordato, nei decenni a venire, come un anno di svolta cruciale, un punto di non ritorno, attraversato da mutazioni tecnologiche, ecologiche e sociali talmente radicali da ridefinire i contorni stessi della nostra esperienza umana.

Il rischio odierno, di fronte a queste trasformazioni, è quello di incorrere in un’anestesia dello sguardo, nel rifiuto di accorgersi della gravità di ciò che sta accadendo, nell’illusione di rimanere spettatori passivi di un mondo che crolla, sommersi da un flusso inarrestabile di immagini che finisce paradossalmente per occultare la realtà anziché svelarla.
Se il cinema vuole preservare la sua funzione civile oltre che estetica, ha il dovere di squarciare questo velo, imponendo che il presente venga visto. Si ricordi la lezione etica del Neorealismo che, tra le macerie del dopoguerra, rifiutò l’evasione per ricostruire l’identità del Paese, fondando nella condivisione delle immagini i valori dell’antifascismo. Oggi questi principi sono persino ribaltati: chi si appropria della grammatica del videogame e del cinema d’azione, utilizzando immagini modellate sull’estetica dello svago per diffondere “trailer” di guerre imminenti ed estetizzare la geopolitica del terrore, o chi ancora genera immagini fake con il preciso intento di falsificare la realtà, va in direzione contraria rispetto alla riconquista del vero che animò la stagione neorealista.

In questo scenario, la programmazione di un festival deve rimanere un atto di responsabilità. Perché un festival non è una bolla neutrale e rivendicare la propria militanza culturale nel decidere quali visioni mostrare ed escludere, significa concepire la selezione in modo godardiano: fare politicamente una scelta, così come si facevano politicamente i film. Ciò non significa cedere al contenutismo: la ricerca linguistica, formale, artistica, sarà sempre la nostra priorità. Ma come scriveva Wim Wenders nel 1991 nel suo saggio La logica delle immagini – diversi anni prima della clamorosa contro-sterzata all’ultima Berlinale –, «ogni film è politico».

Mi sento in dovere di ringraziare il comitato di selezione – Marco Matteo Berardini, Marianna Cappi, Francesco Grieco, Marco Romagna  – per aver abbracciato con me questa presa di posizione nel setaccio delle quasi 700 opere internazionali ricevute e degli oltre 300 corti italiani. Il programma di questo 2026 si pone come una precisa scelta di campo, a partire da una mappa delle provenienze andata delineandosi come possibile indicazione di rotta. Dai territori lontani fino a un’Italia in vertiginosa trasformazione, un atlante di geografie reali e di spazi virtuali ci ricorda che altre storie sono possibili: voci originali che riescono a catturare lo smarrimento e le tensioni del presente, a elaborare in modo critico il peso del passato, e a tradurre uno stato d’animo in nuove immagini. Mentre l’industria si interroga sulle proprie crisi, queste opere dimostrano come il cinema non abbia mai smesso di rivendicare la propria necessità, rifiutando l’omologazione del canone per ritrovare invece il piacere del rischio e la fiducia profonda nel potere del racconto. È un cinema indipendente e fiero, coraggioso, vitale, pronto a ricordarci come l’immaginario si possa e si debba ancora reinventare.

Beatrice Fiorentino
Delegata Generale e Direttrice Artistica Settimana Internazionale della Critica

SIC@SIC 2026 - Les métamorphoses, au féminin